Nel diritto romano, la figura del *calumniatus* definiva la vittima di una calunnia, ossia colui che veniva falsamente accusato di un reato con lo scopo di danneggiarlo. Oggi questa parola acquista nuovo significato nella storia di Gabriele Provenzano, un padre siciliano travolto da accuse infondate e da un piano ben orchestrato dalla sua ex compagna, Margherita Gagliardi.
La vicenda ha inizio il 20 ottobre 2021, quando la signora denuncia al Centro Antiviolenza La Casa Delle Donne di Bologna presunti maltrattamenti e persecuzioni da parte di Provenzano. Tuttavia, ciò che sorprende è che, nonostante tali accuse, i due continuavano a frequentarsi, anche intimamente, come se nulla fosse accaduto. Gabriele, all'oscuro del disegno calunnioso, lascia un lavoro stabile a Palermo per trasferirsi a Bologna con l'intento di ricostruire una vita familiare serena, aiutando la compagna nel trasloco e nella preparazione della culla per il loro figlio, Nicolò, nato nell'aprile 2022.
Ma lentamente tutto cambia: Provenzano si trova escluso dalla casa di famiglia, costretto a cercare un’altra sistemazione lavorando in condizioni precarie e a vedersi il figlio solo per poche ore, in orari rigidamente imposti dalla madre. Le accuse infondate e la manipolazione prendono corpo con episodi emblematici come quando, durante un incontro programmato, la madre impedisce improvvisamente al bambino di salutare il padre, scappando via con lui senza permettere alcun confronto.
Il cuore della vicenda ruota attorno al reato di calunnia, previsto dall’articolo 368 del codice penale italiano, un crimine contro l’amministrazione della giustizia volto a tutelare l’onore e la libertà dell’innocente. Margherita Gagliardi è riuscita a inscenare quella che potrebbe essere definita “il reato perfetto”, utilizzando le forze dell’ordine a suo piacimento e creando un’agenda fatta di false denunce e accuse mai provate. Il 12 luglio 2022, nel tentativo di impedire a Provenzano di registrare l’accaduto, la compagna gli sottrae il cellulare ma poi chiama i carabinieri con il proprio telefono. Proprio grazie a una registrazione audio già avviata dal padre, si scopre l’inconsistenza delle accuse: la madre sosteneva che Gabriele stesse maltrattando il figlio, mentre quest’ultimo era tranquillamente addormentato fra le braccia del padre.
Nonostante tutte le prove a favore di Provenzano, il procedimento civile si conclude con la negazione di qualsiasi diritto paterno se non in modalità protetta, riservata a genitori pericolosi. Il trauma per il piccolo Nicolò, costretto a incontrare il padre sotto sorveglianza e in un contesto artificiale, è innegabile. Ancora più incredibile è la scoperta di un procedimento penale aperto e poi archiviato contro Gabriele, che però non aveva nemmeno potuto difendersi. Questo ha portato all’allontanamento coatto e ingiusto dal figlio, esacerbando la sua condizione di vittima di un sistema che dovrebbe tutelarlo.
Ora, esausto ma determinato, Provenzano ha denunciato la compagna per calunnia, tentando di ottenere giustizia in uno Stato dove questo reato, pur essendo previsto sin dal diritto romano come *crimen calumniae*, è spesso difficile da dimostrare e sanzionare. Il procedimento penale è tuttora in corso, con il pubblico ministero chiamato a decidere se rinviare a giudizio la madre o procedere all’archiviazione, nonostante le prove schiaccianti presentate da Gabriele. Questa storia, dolorosa e complessa, richiama l’attenzione sul delicato equilibrio tra tutela delle vittime reali di violenza e la necessità di proteggere chi invece subisce ingiustizie gravissime. Il caso Provenzano è un monito per il sistema giudiziario e la società: non esistono verità assolute senza un rigoroso contraddittorio e i diritti di ogni individuo, genitori compresi, meritano rispetto e garanzie. Solo così si potrà evitare che altri padri e madri si trasformino, senza motivo, in veri e propri *calumniati* moderni.
Aggiungi commento
Commenti